Editoriale: Copiare non basta

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Se c’è un teorema che si impara presto nel mondo del lavoro è che non sempre serve inventare da zero: a volte basta saper copiare nel modo giusto e con la giusta dose di creatività. Anche perché, il più delle volte, innovare da zero comporta un lavoro di ricerca, con costi e rischi più alti, e non tutti vogliono o possono permetterselo. Per questo l’imitazione si presenta come una scorciatoia più allettante, e nel mercato del gioco è ormai una prassi consolidata. Fin troppo spesso un’azienda lancia un prodotto che funziona e, nel giro di una stagione, il mercato si riempie di varianti, cloni, “ispirati a”. All’ultima Spielwarenmesse di Norimberga era impossibile non notare la corsa a emulare fenomeni e uscite recenti: dai giocattoli più classici ai collezionabili in stile Labubu (declinati anche su altre IP), dal mondo kawaii alle blind box, fino agli accessori più vari da sfoggiare su zaini e borse. Alcuni hanno copiato bene, o meglio: hanno preso un segnale forte e l’hanno tradotto in prodotto, aggiungendo un’idea, una qualità, un dettaglio di marca. Altri si sono accontentati di repliche mediocri, appeal più debole, materiali e finiture inferiori. Non a caso questo clima spinge molte aziende a non scoprire le carte troppo presto: il timore è che la concorrenza arrivi sullo scaffale nelle stesse finestre con un prodotto simile, magari a un punto prezzo più aggressivo. Anche perché, si sa, non sempre la qualità vince. Il discorso è diverso per il gioco da tavolo, dove la barriera è più alta, perché servono competenze di game design, equilibrio, longevità e grafica. Non basta rifare una scatola: se il gioco non regge, il passaparola lo boccia in fretta. Poi c’è un’altra scorciatoia che non dà sempre i risultati sperati: associare un nuovo giocattolo a una licenza famosa, sperando che basti per attrarre il consumatore. Eppure la licenza non è una garanzia, soprattutto quando prodotto e fanbase non parlano la stessa lingua o, peggio, quando il gioco è completamente fuori asse rispetto all’immaginario della stessa IP. Infine, c’è il capitolo kidult. È sempre più evidente che molte aziende non hanno ancora chiaro cosa significhi questo termine e provano a cavalcare il fenomeno con prodotti che di kidult hanno davvero ben poco. Il punto, quindi, non è se si copia, ma come, a maggior ragione in un mercato già saturo.

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