Come diceva Julio Velasco (allenatore di pallavolo che ha portato la Nazionale italiana femminile a vincere la medaglia d’oro olimpica ai Giochi di Parigi 2024, il primo oro olimpico nella storia della pallavolo italiana femminile), “tutti sanno prendere una palla facile”, ma in campo sono essenziali quei giocatori che sanno schiacciare bene anche i palloni alzati male. E lo diceva a ragion veduta, perché quando uno schiacciatore sbagliava, finiva puntualmente per incolpare l’alzatore; quest’ultimo, a sua volta, il ricevitore. E così via. Insomma, alla fine la colpa era sempre degli altri.
È un discorso che potrebbe essere facilmente traslato a qualsiasi business, e forse ancora di più a quello del giocattolo. I prodotti vincenti – almeno sulla carta – non mancano ed è giusto puntare su di loro. Il rischio, però, è sempre quello di pensare che il mercato si faccia soltanto con i “grandi” giochi, e che tutti gli altri, quelli meno noti e che richiedono un maggiore sforzo di conoscenza, comunicazione e connessione, siano semplicemente palle da provare a colpire senza crederci davvero fino in fondo. Se poi non si riesce a farle arrivare a destinazione, la conclusione è già pronta: non erano abbastanza buone, era esattamente ciò che sembravano.
Eppure è proprio questo atteggiamento a fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta. Chi segue il tennis lo sa bene: Jannik Sinner è temuto dai suoi avversari proprio perché affronta ogni punto come se fosse il primo, senza lasciarsi condizionare da quello precedente. Certo, il mercato del giocattolo non è un campo da tennis. Ma se ogni prodotto venisse trattato con la dovuta cura, approfondendone i contenuti, le licenze e i trend di engagement (in primis con le aziende), individuando le leve di comunicazione più efficaci per i propri clienti, dialogando con il distributore e cercando il miglior posizionamento all’interno del punto vendita, potenzialmente si potrebbero ottenere risultati migliori. Come quel negoziante che ha venduto centinaia di unità di un gioco da tavolo portatile semplicemente esponendolo aperto di fianco alla cassa. Un’esca a cui la clientela abbocca spesso, incuriosita, spingendola a chiedere informazioni: il negoziante spiega le regole in 30 secondi e il gioco è fatto.
Sembra una banalità ma sono ancora diversi i retailer non specializzati che non conoscono adeguatamente i prodotti in negozio, specialmente i giochi da tavolo. È solo compiendo questo salto di qualità che si possono generare risultati migliori, creando così un tesoretto che, alla fine dell’anno, potrebbe rivelarsi più consistente del previsto. Senza questo sforzo, il mercato sarà sempre più polarizzato attorno ai soliti brand, a discapito di un universo di titoli che consentirebbe di diversificare l’offerta, magari anche con margini migliori. Una sorta di new business, per intenderci, da cui tutti ne beneficerebbero. Anche perché, non dimentichiamolo, non sempre le potenziali hit si rivelano tali.
In fondo, quindi, fare il bene del mercato significa anche fare il proprio bene.
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